INTERVISTA al Presidente della F.A.I. Antiracket di Sant’Agata Militello Giuseppe Foti


Vi riportiamo integralmente l’intervista al Presidente della F.A.I. Antiracket di Sant’Agata Militello Giuseppe Foti sul faiBLOGantiracket a cura di Simona Melorio. 

La provincia di Messina è interessata da fenomeni IMG-20150619-WA0015criminali riconducibili a Cosa nostra oppure a fenomeni criminali autonomi?
«Entrambi. A Barcellona, ad esempio, c’è un’alta densità mafiosa con collegamenti con Palermo e Catania, con la famiglia dei Santapaola in particolare. Agli inizi di febbraio c’è stata una grossa operazione dei Carabinieri con più di 10 persone arrestate proprio a Barcellona. L’operazione “Gotha 6” è la sesta operazione antimafia nel barcellonese che nasce dalle rivelazioni dei pentiti sul cimitero della mafia. È una storia lunga che inizia quando Benedetto Giallombardo, dirigente Fai, denuncia Campisi che si pente e “scoperchia” 30 anni di mafia a Barcellona.»

Quali sono le specificità della mafia del messinese?
«I reati sono quelli tradizionali: estorsione, usura, traffico di stupefacenti.»

Nelle famiglie mafiose, ci sono donne in posizioni di comando, come recentemente si è scoperto in provincia di Catania?
«Le donne intervengono quando gli uomini della famiglia sono in carcere e dal carcere gestiscono il loro affari attraverso le persone più fidate: sorelle, mogli.»

E qual è il ruolo dei minorenni?
«Per estorsioni e atti delinquenziali di alto livello i minorenni non sono coinvolti. I ragazzini sono più presenti nella microcriminalità, nelle piccole ruberie e nello spaccio di droga.»

La sua associazione combatte il racket. Qual è la situazione nel messinese?
«L’associazione lavora su 18 comuni e prossimamente festeggeremo il venticinquesimo anniversario della sua costituzione. Il territorio dei Nebrodi su cui lavoriamo è molto vasto e abbraccia la provincia di Catania, Enna e Messina. In linea generale, l’estorsione al commerciante è meno forte di 25 anni fa. Nell’edilizia, invece, occorre porre un’attenzione particolare specialmente ai grossi appalti, anche se il fatto di essere associati costituisce un deterrente per chi vuole chiedere il pizzo: se i mafiosi sanno che sei iscritto ad un’associazione antiracket difficilmente vengono a chiederti il pizzo! In Calabria, il nostro vicepresidente aveva avuto un appalto di circa un milione e mezzo di euro per la riqualificazione di un torrente e si è visto arrivare una richiesta di pizzo. Naturalmente ha denunciato il suo estorsore che non conosceva la sua qualità di vicepresidente di un’associazione antiracket e al processo si è ottenuto un risultato importantissimo perché è stata accolta la costituzione di parte civile della nostra associazione anche se fuori regione: un caso che fa giurisprudenza! Tornando a Messina, ultimamente si stanno verificando anche molti abigeati con conseguente richiesta del cavallo di ritorno. E in questo campo la polizia sta facendo un bel lavoro. Un altro fenomeno criminale è quello della gestione dei fondi europei con truffe per milioni di euro. Recentemente il presidente dell’ente Parco dei Nebrodi ha firmato un protocollo d’intesa con il Prefetto per fissare dei “paletti” per accedere ai fondi europei. Il primo è quello dell’esibizione del certificato antimafia che inspiegabilmente non era richiesto. Il presidente è ora sotto scorta per intimidazioni e minacce.»

Contro le mafie cosa manca?
«Oggi c’è lo Stato, ci sono le associazioni, ci sono le leggi, ci sono le forze dell’ordine. Serve soltanto far capire all’imprenditore vittima di estorsione che non è solo, che ci siamo noi, suoi colleghi che lo sosteniamo dalla denuncia fino a tutto l’iter processuale. Noi della Fai, grazie a Tano Grasso che ha dato tutto se stesso in questo progetto, ormai abbiamo maturato esperienza, abbiamo il know how. Non ci sono più scuse per chi non denuncia perché Stato e associazioni ci sono.»

C’è omertà?
«Gli imprenditori agricoli sono quelli che fanno più fatica a denunciare. Spesso vivono in zone chiuse e non si aprono ai poliziotti né ad altri imprenditori, ma stiamo lavorando per stimolare la DSC_0269fiducia, per far capire che lo Stato c’è, che ci sono strumenti legislativi a favore di chi denuncia (L. 44/99), che c’è il risarcimento per chi si oppone al pizzo. Stiamo provando a rompere il muro della diffidenza, sottolineando che denunciare conviene anche per poter fare impresa liberamente senza sottostare al potere mafioso che ti fa diventare da imprenditore a garzone della tua impresa. La mafia non è più quella di 30 anni fa. Oltre ad aiutare gli imprenditori in difficoltà, la nostra associazione ha come obbiettivo fondamentale quello di stimolare le giovani generazioni a rispettare le regole. Per questo organizziamo molti incontri in scuole medie e superiori.»

A proposito delle giovani generazioni, condivide il togliere la patria potestà ai mafiosi, come recentemente il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria sta facendo?
«Certamente garantire un ambiente sano ad un minorenne significa farlo crescere bene. Purtroppo il carcere oggi non riabilita, il sistema carcerario così come oggi strutturato non è riabilitativo. Spesso chi esce dal carcere esce più delinquente di prima. Perciò bisogna iniziare da ragazzi a far conoscere una nuova cultura. In generale, da quando la coscienza civile è cambiata c’è un altro stile di vita e i ragazzi rispettano di più le regole. E la mafia d’altra parte che cosa è? Soprusi, angherie, non rispetto delle regole. Più si va avanti, però, più si sente una cultura diversa. In 25 anni molto è cambiato e piano piano voglio pensare che la battaglia contro la mafia sarà vinta. Spero che lo vedranno i miei figli, che si potrà raccontare della mafia come di un pezzo della storia, come dell’Olocausto, che ha avuto una fine. Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia è un fenomeno umano e come tale dovrà avere una fine.»

 (Intervista a cura di Simona Melorio)

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Pubblicato il 21 febbraio 2016, in Senza categoria con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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